Psicologo e Psicoterapeuta - Pesaro Urbino

UN MONDO (QUASI) COMPIUTO*


Mille non più di mille, e... duemila non più di duemila?
Segnali escatologici ed apprensioni cassandriche si ripresentano oggi a pochi giorni dall'inizio del XXI° secolo tra gli abitanti del pianeta Terra. Rispetto all'ingenuo anno mille, ci sono oggi molte più possibilità - nucleari, biologiche, chimiche - per una "effettiva" fine del mondo (perlomeno di quello umano!).
Ma cosa significa la "fine di un mondo"? Il mito dell'apocalisse, con il suo terribile fascino, è stato per secoli lo stereotipo della fine dell'esistenza terrena: fine che si esplicita in un "compiersi". Con l'apocalisse la storia si conclude: non può esserci un "dopo" se non in un senso e in un luogo del tutto diverso.
Parlare del "mondo" vuol dire, in senso etimologico, rifarsi all'ordine a cui apparteniamo: cioè significa mancare i "confini" della nostra esperienza attuale.

DAL TEMPO ALLO SPAZIO
Il riferimento al duemila richiama il concetto di tempo.
Il tempo è sempre stato l'orizzonte entro il quale si è sviluppata, sia a livello reale che immaginario, l'esperienza umana.
Tempo infinito dell'eternità: espiazione o premio;
tempo finito: della vita e della morte;
tempo ciclico: della natura e dell'economia;
tempo scientifico: dei picosecondi e degli anni luce;
tempo psicologico: dell'emozione e del ricordo.
Ognuno di questi tempi rimanda ad una visione del mondo e a della scansioni che parlano di un inizio e indicano una fine.
Il tempo vissuto o contato è senz'altro un elemento con il quale continuamente ci confrontiamo e connota la nostra esperienza o di fugacità o di presenza, o con la crescente ansia di un "tempo libero" (ma da che cosa?) da occupare!
Lo spazio, l'altro elemento fisico-psichico-relazionale, ha finora avuto meno fortuna nelle riflessioni di filosofi e psicologi.
Fino a pochi decenni fa lo spazio era considerato come un elemento già dato, esistente, certo, a volte immaginato ma comunque presente.
Il tempo si sa è inafferrabile, vola; lo spazio c'è!
Poi l'ecologia ci ha informato (se già non lo sapevamo) che il pianeta Terra non è dilatabile, non è prodigo a tutte le nostre richieste. Ciò provoca in noi occidentali sentimenti di disagio e smarrimento, a volte di non-accettazione e di angoscia.
Se l'esperienza umana ha bisogno di un tempo per mettere in opera i propri processi, ha anche bisogno di luoghi fisici e relazionali su cui applicarsi.
Da una ricerca sugli adolescenti da me curata in una cittadina delle Marche, emerge che per i ragazzi non è tanto importante la presenza di strutture (ricreative o sportive) sul territorio, quanto spazi liberi, aperti, non strutturati o semi-strutturati all'interno o ai confini della città per esercitare le proprie attività ludiche, per immaginare storie fantastiche e pericolose, per definire un territorio esterno che diventa poi un luogo interno di sane frustrazioni e di sane conquiste.
Oggi è sempre più difficile trovare luoghi (campi, piazze, larghi, etc.) che non siano già colonizzati dagli adulti.
D'altronde la fruizione di eventuali spazi liberi da parte di bambini e adolescenti è fatalmente scoraggiata, da un lato dai richiami ben più accattivanti (sale gioco multicolorate - programmi TV - realtà virtuali) dall'altro dall'atteggiamento organizzativo e iperprotettivo dei genitori che riempiono le "agende" dei loro figli già in età pre-puberale.
Ma se gli spazi o, per dirlo con un altro linguaggio, "i fogli bianchi" dove proiettare fantasie, paure ed aggressività mancano, occorre ricercarli e ricrearli con modalità che possono diventare altamente autodistruttive.
Se lo spazio transizionale empirico si comprime o scompare, gli adolescenti percorrono altre strade che aprono altri spazi magari psichedelici: spazi questi che gli adulti non possono frequentare, luoghi evocativi di altro, dove il giovane è si solo, ma non di nuovo inseguito.

IL LORO PRESENTE RUBATO
Il processo di definitiva invasione, da parte della specie umana, delle ultime zone "selvagge" del pianeta, si sta compiendo in questi anni di fine secolo.
I termini dell'invasione sono di ordine fisico, attraverso la sostituzione di foreste, fiumi e altre presenze naturali, con dighe, strade, campi e altre presenze artificiali.
Oppure in modo indiretto, ma più pericoloso, attraverso la risalita delle catene alimentari e genetiche di sostanze chimiche, batteriologiche, radioattive che contaminano e invalidano territori e specie animali e vegetali.
Un fenomeno che deriva direttamente dall'invasione antropica degli equilibri riproduttivi di altre specie animali, è stato studiato dalla dott.ssa Colborn. (1)
In dettaglio si tratta di nuove patologie - mancanza di spessore di guscio nelle uova di alcuni uccelli, malformazioni alla nascita per alcuni mammiferi, diminuzioni della fertilità degli spermatozoi umani - attivate dalla introduzione, in percentuali significative, di sostanze chimiche nelle catene alimentari che alterano i cicli ormonali di tante specie animali compresa l'umana.
Che cosa potrà succedere domani quando i nostri figli non godranno più della "vista" e della "compagnia" di tante specie animali, in un mondo sempre più virtuale, e soprattutto più triste?
Più che il nostro è il "loro" futuro rubato! L'invasione e la conseguente omologazione attraversa tutti gli ecosistemi e si ripresenta in tutti i livelli dell'esperienza.
Dalla natura alla cultura. C'è una presenza, anche se non immediatamente riconducibile, corrispondenza tra i processi di invasione della natura e fenomeni che si stanno attuando nella nostra società (perlomeno di quella occidentale).
Anche nel livello dell'immaginazione - che è in ogni società la rappresentazione traslata dei rapporti uomo-società e società-natura - la "tecnica" ha sostituito la libera espressione di fantasie e paure. Il desueto libro, ormai da tempo, è stato sostituito da TV, giochi interattivi, Internet, ed altre "irrealtà" virtuali con un'invasione dello spazio immaginario molto pervasivo e con rischi e patologie per i più fragili (bambini, adolescenti, malati, etc.) di cui oggi cominciamo ad esserne consapevoli. - se i mostri prendono forma chi può fermarli? - . In parallelo alle invasioni fisiche degli ecosistemi naturali, è in atto da tempo un processo di occupazione e definitiva colonizzazione del mondo bambino e adolescenziale da parte degli adulti.
Gli adulti sembrano sempre sapere di che cosa ha bisogno un bambino o un ragazzo, ma la lettura di tale mondo è inevitabilmente adulta; è compiuta con gli occhi di chi in quell'età ha forse definitivamente abbandonato speranze e desideri mai portati a termine.
Il mondo proposto e/o rappresentato è oggi un mondo sempre più adulto, in cui non c'è spazio e ascolto per esperienze e logiche diverse da quelle dell'adultità.
L'adolescente deve lasciare in fretta la sua parte infantile per adeguarsi velocemente (soprattutto nei consumi!) alle richieste dei grandi!
D'altronde la banalizzazione dell'infanzia - rappresentata in modo distorto, per es. da fumetti a dir poco perversi - vedi la manga-mania) - rimanda ai bambini e ragazzi stessi un'immagine irrealistica e limitata in cui spesso tutto è buono, bello e... falso, a discapito della realtà vissuta che invece è dura, però non è riconosciuta o presa in carico dagli adulti.
Oggi, ed è anche una autocritica in qualità di genitore, i grandi non sono attenti ai veri interessi dei loro figli o ad aspettare che si formi un desiderio, ma anticipano le richieste con una saturazione di proposte che poi il più delle volte vanno a vuoto.
Ciò porta negli adolescenti a fenomeni di iperstimolazione, di frustrazione e di insoddisfazione, e quindi a reazioni distruttive o autodistruttive - vedi il fenomeno del bullismo a scuola, delle bande di ragazzi che irrompono nelle feste altrui e spaccano tutto, della tossicodipendenza.
D'altronde se tutto è pronto, tutto è compiuto c'è solo da distruggere: la distruzione è paradossalmente ma efficacemente un atto creativo!

L'ESPERIENZA INVASA: FENOMENOLOGIA DEL COMPIERSI
L'atteggiamento degli adulti nei confronti di bambini ed adolescenti si esplica attraverso due modalità contraddittorie.
Da un lato il bambino come oggetto - strumento per l'adulto: di piacere - dalle forme vezzose di esibizione promosse dai grandi, fino alle abiezioni pedofile - di aiuto e sfruttamento economico - bambini lavoratori non ci sono solo nel cosiddetto Terzo Mondo - di iperconsumatori - il mercato è molto attento alla fascia di età adolescenziale; dall'altro un senso di iperprotezione maniacale da parte di genitori e altre figure adulte di riferimento che propugnano una prassi distorta del concetto di prevenzione, evitando al bambino o all'adolescente situazioni considerate "pericolose", con la conseguenza che poi ad una certa età il ragazzo si trova a dover gestire tutti in una volta rapporti e dinamiche a lui sconosciute con rischi veramente grandi per il suo equilibrio psico-fisico per la mancanza dei giusti "anticorpi".
Questi due aspetti così polari e distanti si toccano nel punto che entrambi sono volti alla soddisfazione degli adulti: concreta e brutale nel primo caso, psicologica e sottile nel secondo.
Se le aspettative dei genitori verso i propri figli ci sono sempre state, se il cercare di orientare, convincere e manipolare i giovani alle volontà degli educatori è storia acquisita; oggi assistiamo ad un vero e proprio fenomeno di invasione delle età pre-puberale e adolescenziale da parte della generazione di mezzo.
I "modi" dell'invasione possono essere così descritti.
A) L'esperienza anticipata: il bambino adulto.
La società spinge i suoi figli a fare esperienze anticipate, cioè prima del tempo biologico o del tempo tradizionalmente adeguato.
Ciò si realizza sia attraverso l'induzione di desideri, idee o situazioni che non prendono forma direttamente dall'interessato, ma dai suoi referenti adulti; sia attraverso la svalutazione e il non riconoscimento di ciò che il giovane sta affrontando in quel momento della sua vita spingendolo verso obiettivi più "maturi" - per il genitore!
Questa modalità può essere riassunta nella frase: "se io avessi la tua età e le tue energie, allora farei questo e quell'altro e non perderei tempo in quelle stupidaggini!"
Nelle situazioni di tossicodipendenza, molto spesso, è proprio questo tipo di svalutazione che non permette il riconoscimento del figlio/a da parte del genitore.
Un altro modo di anticipare l'esperienza si manifesta attraverso la risoluzione - il dare per scontato - di problemi che si presentano al giovane.
"Io ho già vissuto questa situazione e ti dico che si risolve così!": questa è la frase idiomatica!
I "figli" sono chiamati a ripetere in modo pedissequo le scelte e le storie dei genitori.
Loro sono lì al posto di qualcun'altro, in una specie di vita sostitutiva - di come se - con una forte adesione formale al sistema economico e organizzativo della società - vedi il regime consumistico dei ragazzi - ma con un proliferare di codici e linguaggi sotterranei che possono essere scambiati solo in luoghi particolari e con una netta separazione di comportamenti e di valori da quelli espressi con gli adulti.
B) La sfida svuotata: l'eterno adolescente.
La spinta della società dei "grandi" verso "i figli", come già detto sopra, è quella di fargli velocemente raggiungere le mete dello stadio adulto.
Ma, ad un certo punto, il giovane si accorge che lo spazio che può occupare e che gli è concesso è in realtà molto esiguo.
Nei posti di lavoro, come in tutta la macchina organizzativa della società, c'è solo spazio - di parola, decisione, economico - per gli adulti.
Il giovane è velocemente adeguato alle norme adulte, ma è altrettanto velocemente messo da parte: in attesa!
Il fenomeno tutto italiano, di trentenni e oltre che hanno tanti titoli e poca attinenza alla realtà ci indica proprio questo.
Nel momento in cui i giovani si affacciano sulla scena e vogliono entrare come protagonisti, il posto è già occupato; o meglio non è mai stato lasciato libero da chi, ormai adulto da un po', perpetua il suo stato di eterno adolescente, e non solo non è coerente con il proprio assetto biologico, ma rincorre un modello autocompensatorio che si traduce in azioni e atteggiamenti giovanilistici a tutto tondo, con la conseguenza di occupare fisicamente e idealmente luoghi e pensieri delle generazioni successive.
Questo fenomeno è ormai ben conosciuto dalla recente psicologia dell'età evolutiva.
In questo panorama l'effetto più preoccupante è la sfida svuotata a livello generazionale.
Se "i grandi" si appropriano dei comportamenti stereotipati dei "figli" dov'è la differenza? Dov'è il confine? Se il genitore mette in atto processi simili a quelli degli adolescenti, come può il figlio differenziarsi? E se si differenzia a quali modalità deve ricorrere per essere veramente "altro"?
La nostra società occidentale progredita e post-industriale ha svuotato la sfida tra la generazione dei padri e quella dei figli. A questo punto le vie di uscita sono o la creazione di "cloni" - fisici ed emotivi - che replicano la realtà passata, oppure il diffondersi di un disagio profondo a più livelli che a volte esplode in fenomeni non spiegabili in base alla storia personale degli individui.
Scriveva Otto Rank nel 1914: "L'idea della morte diventa sopportabile se c'è un doppio che dopo questa vita ce ne assicura un'altra" (2), e "il desiderio di mantenersi sempre giovani è un motivo che rivela una certa relazione tra l'angoscia di morte e l'atteggiamento narcisistico" (3): autocompiacersi per allontanare la paura della morte, costruire dei "doppi" per continuare a vivere! Oggi abbattuti - apparentemente! - tanti "tabù" (sessuali, morali, politici, religiosi) la morte, la nostra morte rimane inspiegata e inspiegabile e continuiamo a sfuggirla e a esorcizzarla.
Ma nel far sì che la nostra vita e quella dei nostri "figli" non si trasformi in una "esperienza come se" occorre uscire dal "dipinto" della nostra esistenza e guardare le nostre rughe riflesse sullo specchio.

I processi di invasione della società degli adulti occidentali verso le forme naturali e le aree esperienziali dell'infanzia e dell'adolescenza sembrano inarrestabili.
La "patologia del compiersi" si ripresenta - a livelli diversi - con tutta la sua nefasta carica: dalle turbe psichiche del bambino invaso, alla destabilizzazione ambientale ormai irreversibile di un ecosistema alterato. Ma il mito dell'apocalisse è sempre lì ad ammonirci di lasciare uno scarto tra il possibile e il realizzato.
La sfida del III° millennio sarà proprio quella di trasformare le nostre categorie di pensiero e di azione da quelle che fanno riferimento ad una progressiva crescita e quindi a invadere territori, altre specie o le nuove generazioni, ad un pensiero della "perdita" e del lasciare - magari osservando da lontano!

(1) Colborn L., Our Stolen Future, New York 1996
(2) Rank O., Il Doppio, Milano, 1978, pag. 102
(3) Ibidem - pag. 97

Nel mito dell'apocalisse è racchiusa la paura dell'uomo occidentale di veder definitivamente "compiuta" la propria missione nel mondo, ed è anche presente l'ammonimento affinché ciò avvenga il più tardi possibile.
In che modo ci riguarda oggi tutto ciò?
Attraverso quali fenomeni - negli ecosistemi e nella società umana - il mondo sta diventando sempre più compiuto ed omologato?
E chi sono i soggetti umani e non che in particolare stanno subendo processi di invasione da parte di altri soggetti?
In questo scritto inizierò un percorso di ricognizione - che dovrà poi essere ulteriormente approfondito - sulle forme dell'esperienza invasa cercando di delineare la fenomenologia di quella che io definisco la "patologia del compiersi".



*pubblicato su Psicologia Europea