Psicologo e Psicoterapeuta - Pesaro Urbino

DIECI “E-GESTALT-PAROLE” PER LA NOSTRA IDENTITA’

Come in un piacevole e rilassante gioco infantile dove occorre cercare parole con la stessa vocale, così iniziano tutte con la “e” le dieci parole chiave della Gestalt-Therapy per la nostra ricerca sull’identità
Parole che racchiudono messaggi, e-mail, per la nostra salute psicologica e fisica e che rappresentano altrettanti campi di ricerca.
Ciò che in questo mio breve articolo è velocemente illustrato rappresenta uno stimolo, dei flashes che possono essere ulteriormente elaborati.
Ecco la lista delle dieci “E-Gestalt Parole”:
Esistenza

Estraneo

Esempio

Empatia

Emozione

Esperimento
Energia
Etica
Ecologia

Estetica

Alcune di queste parole fanno già parte della storia e dell’attualità della Gestalt, altre sono recenti acquisizioni, altre ancora rappresentano nuove frontiere teoriche e di “contatto” e sono necessità non più rimandabili per la psicoterapia e per la Gestalt-Therapy in particolare.
Oggi abbiamo bisogno di parole: parole che rimandano a dei mondi possibili da costruire o da riscoprire, in cui identificarci e riconoscerci.
Parole forti, intense; oppure parole sfaccettate, come preziosi brillanti, ed ogni specifico lato ci dà un “taglio” diverso della realtà. Parole evocatrici, di sentimenti, di idee. Parole che ci possano fare da guida.
La “costellazione E” con le sue dieci parole può essere un punto di riferimento, per noi novelli Ulisse, sempre alla ricerca di un significato al nostro vivere ed al nostro agire, sia come terapeuti che come esseri umani.
Queste dieci parole ci aiutano a trovare risposte, certamente parziali e “in movimento”, alle nuove e moderne “patologie”, che non rientrano necessariamente in definiti profili nosografici, ma che sono presenti sottoforma di “disagio diffuso” all’interno della nostra società e che ciascuno di noi, in qualche misura, conosce.


La prima delle dieci “e-Gestalt parole”, esistenza, ricorda la nostra dimensione umana, il nostro piccolo, ambito di esperienza e di lavoro limitato nel tempo e nello spazio.
L’esistenza è ciò da cui non possiamo prescindere o allontanarci: è sempre lì ad aspettarci con i suoi sguardi affettuosi o, altre volte, mediante dolorose “cadute”!
L’esistenza coincide con la soggettività dell’esperienza singola, unica, difficile, con il richiamo alla consapevolezza del nostro esserci.
Oggi circondati dalla “patologia della normalità” in tante delle sue molteplici forme, così è stata definita la modalità del vivere “attutito” a livello emotivo e del “come se” a livello interpersonale, la parola esistenza assume una nuova valenza: c’è una necessità, e forse anche una urgenza, di riscoprirla.
Farsi guidare dalla parola “esistenza” può allora significare lavorare sulla “ricerca di identità” o sulla costruzione di una identità paradossalmente “non normale”, sia per il cliente, ma anche per il terapeuta della Gestalt.
La seconda parola è estraneo: ciò che appartiene ad un luogo diverso, lontano…
L’estraneo, l’altro da me: ciò che mi interroga, mi incuriosisce, mi sfida, mi sbilancia…
Il rapporto con ciò che è altro ha sempre caratterizzato, fin dai suoi esordi, la psicoterapia e le scienze umane in genere, ma oggi l’estraneo, a livello sociale e “globale”, sta bussando da più parti verso la ricca società occidentale: è lì con la sua strenua difesa di una cultura di origine e con la contemporanea richiesta di adeguarsi velocemente!
Ecco allora avanzare una distorsione della percezione sociale, ma che poi si trasforma subito in percezione individuale: sto parlando del pericolo dell’ uniformità della ricerca dell’uguale, senz’altro ciò legato alla normopatia di cui sopra.
L’estraneo e le sue forme, non solo lo straniero ma anche il malato, anche il bambino ed i suoi strani linguaggi e ancor più la natura con la sua muta presenza, ricevono come nel passato, ma oggi ancor di più, un possente attacco, una invasione.
Quel fenomeno che in altra sede ho definito “patologia del compiersi” cioè del definire tutto per avere sempre chiaro ciò che si vuole, del rendere compiuto ciò che per sua essenza è comunque indefinito come appunto l’essere bambino e quindi non riducibile al linguaggio adulto, o l’essere animale e quindi non riducibile al linguaggio umano!
Mantenere una nostra parte estranea e non omologata ci permette di “stupirci” e di disorientarci nel nostro lavoro quotidiano di terapeuti, senza per questo dover omologare tutto.
La terza parola è esempio inteso nel senso, forse meno utilizzato ma molto forte, di prendere fuori: dal latino “ex-emplum”tirare fuori cioè scegliere.
Scegliere è il contrario di subire; scegliere significa a volte tradire qualcuno o qualcosa: forse una parte di sé!
Scegliere vuol dire anzitutto vedere di fronte a sé o per il paziente delle possibilità diverse.
Collegando questa parola alle due precedenti l’esempio, la scelta, può diventare una sana oscillazione tra l’esistenza cioè il sentirsi coeso e con una identità definita e l’estraneo cioè andare verso l’altro con un senso di perdita di confini!
La possibilità di questo movimento, già descritto da Perls nella sua definizione di “fare la spola” ed anche da Erving e Miriam Poster, ci permette di ampliare i nostri confini e di stabilire un ritmo tra l’interno e l’esterno, una “euritmia” : con un senso ritmico e musicale del nostro stare nel mondo.
Identità, quindi, come ponte mobile e flessibile, ponte di liane, tra due sponde lontane, l’ambiente esterno e la struttura interna, e con un senso di sospensione e a volte di paura rispetto al sottostante fiume rappresenta lo scorrere del tempo e delle esperienze vissute.
La quarta parola è empatia.
Empatia come capacità di immedesimarsi nel sentire dell’altro, a volte di perdersi nei pensieri e nelle emozioni altrui e poi ritrovarsi con una identità rinnovata.
È una parola molto conosciuta e molto utilizzata da tutte le psicoterapie ad orientamento umanistico, ed io non ho intenzione di insegnare a nessuno che cosa sia l’empatia.
Ma perché allora è in questo elenco di parole?
Una delle grosse sofferenze dell’uomo moderno è la sua solitudine. Solitudine intesa non solo come una mancanza di relazioni e di scambi sociali, ma anche come solitudine interna, psicologica e spirituale in cui la persona a volte si sente isolata anche da sé stesso, perché forse crede di essere non capita, che nessuno può condividere con lei il suo modo di essere così e quindi non “deve” essere così!
Quindi occorre diventare un po’ più simile agli involucri esterni, abbracciare pseudocertezze per poi, spesso, sentirsi ancora più soli, in quello che è uno dei sintomi della “patologia della conformità”.
L’empatia come anticorpo alla massificazione e alla omogeneizzazione delle identità. Paradossalmente solo l’avvicinarmi fino a confondermi con l’altro, in termini di vissuto emotivo ed esperienziale, mi permette di sapere chi sono io, che cosa voglio, in cosa sono diverso da te, in quale punto ci possiamo incontrare.
L’empatia, come modalità di approccio terapeutico ed educativo e come modello delle relazioni umane, mi dimostra quanto il mio essere qui dipende dal tuo essere con me, che non significa essere uguale a te!
Sentire insieme per condividere le emozioni (è la quinta parola).
La realtà mi sfugge la devo controllare, devo controllare le mie reazioni per risultare più accettabile agli altri;  ma le mie emozioni mi tradiscono , mi svelano, come posso fare?
Ex-movere: muovere verso, muovere fuori; il contrario di tenere sotto controllo.
Il lavoro in psicoterapia ed in counselling con le emozioni permette di contrastare quel fenomeno che io chiamo “patologia del controllo” in cui sempre più persone cercano di controllare le proprie paure e le proprie emozioni, ma sempre più persone nel mondo occidentale soffrono di disturbi ansiosi e di attacchi di panico.
Contrastare l’alessitimia della nostra società vuol dire valorizzare e dare spazio al linguaggio emotivo sia attraverso progetti mirati con i bambini e gli adolescenti, ma soprattutto metterci in gioco noi adulti e magari anche terapeuti che delle emozioni riteniamo di conoscere il “codice segreto”: ma forse negli ultimi tempi è cambiato e non ce ne siamo accorti!
La sesta parola è: esperimento.
Anche questo termine ha una lunga e gloriosa storia nella Psicoterapia della Gestalt: per qualcuno è addirittura ciò che ci differenzia dagli altri approcci psicoterapici.
L’esperimento è il luogo emotivo e relazionale nel quale la persona torna a fare le prove. Torna a fare le prove su qualcosa che non funziona più o non ha mai funzionato, o non sente più adeguato per sé.
Attraverso un lungo viaggio di differenziazione dal vecchio modo di autopercepirsi e di proporsi nel mondo, l'individuo può arrivare ad integrare, partendo proprio dall’esperimento, e a far coesistere, aspetti di sé, o i diversi Sé come dice Erving Polster, che erano stati abbandonati, derisi, ritenuti inadeguati dal soggetto o da altri importanti per lui.
Nell’esperimento, per esempio in un gruppo, il soggetto può essere visto, ascoltato, toccato, lì davanti a tutti, lui si sente ridicolo o fa commuovere tutti: è lì con la sua profonda dignità umana davanti al gruppo che rappresenta il mondo!
L’identità  di noi adulti apparentemente così stabile e certa, continua a essere in movimento non smette mai di fare le prove e di modificarsi, proprio per rimanere fedele a sé stessa e al progetto che in sé contiene e che, se non frenata o nevrotizzata  può portare al “diventerai ciò che tu sei”.
La settima parola è energia.
L’energia è qui l’elan vital, la forza vitale che riconosciuta e valorizzata riesce a dare impulso e direzione al cambiamento del soggetto.
Spesso le persone vengono in terapia perché vogliono che qualcun altro gli faccia vedere le proprie possibilità, l’energia presente in loro.
Saper cogliere l’energia dell’altro significa individuare la sua motivazione.
Costretti, anche a livello teorico e metodologico, a seguire obiettivi logico-razionali, ma sono poi così razionali?, in quella che posso chiamare la “patologia del risultato” (un risultato deciso da altri), ci perdiamo la motivazione che parte dall’individuo e dalle fortissime spinte interne che trovano un legame e un punto di applicazione nell’ambiente esterno.
L’individuo sente coesa la propria identità quando l’energia che da lui/lei fluisce gli/le ritorna sotto forma di rapporto armonico e integrato con l’altro da sé.
L’energia individuale e dei gruppi a cui apparteniamo sigla il tipo e la qualità della nostra “presenza” nel mondo.
Empatia, emozione, esperimento ed energia portano all’ “eureka”: ho trovato! Al ah ah del riconoscimento.
Nel percorso esistenziale di ciascuno di noi l’eureka è la sintesi cognitiva ed emotiva di una strada intravista, di una realizzazione possibile.
L’identità attraverso il sentimento dell’eureka, che non è solo una esclamazione dei cartoons ma nel suo valore originario il connubio tra azione consapevole e felicità presente, trasferisce significati e movimenti interni e isolati a relazioni e contatti con la comunità umana e con tutto il mondo-ambiente.
Il terzo gruppo di parole chiave è formato da tre vocaboli: etica, ecologia ed estetica tre discipline che apparentemente poco hanno a che fare con la Psicoterapia della Gestalt, ma che in realtà insieme condividono, pur nella differenza degli interessi, uno sguardo comune sul mondo.
L’etica: ciò che si identifica con il problema del significato, del valore delle azioni umane e della loro libertà, e la Gestalt-Therapy pone grande attenzione, e forse ne dovrà in futuro porre sempre di più, al vissuto personale e al significato che riveste una particolare azione in quella fase del ciclo vitale del soggetto.
L’etica come luogo di discussione per i modelli identitari che vengono promulgati e sostenuti nelle stanze della psicoterapia,; con la consapevolezza della definitiva fine del tempo in cui dicevamo che il terapeuta è al di sopra o al di fuori di schemi di appartenenza etica senza accorgerci che in questo modo abbiamo dato un ben preciso modello di riferimento.
Nella attuale situazione, da alcuni definita dell’io globale confuso, che spesso si manifesta attraverso patologie dello smarrimento e della perdita, la psicoterapia si trova a poter svolgere il prezioso ruolo etico di recupero o ricostruzione di radici per l’individuo e per i gruppi, fornendo identità e dignità in situazioni disgregate.
L’ecologia studia le interrelazioni tra gli esseri viventi e l’ambiente naturale.
Questa scienza stabilisce connessioni profonde con la Psicoterapia della Gestalt fino forse a poter parlare di una Gestalt-Ecology: un campo interdisciplinare tra le due. Infatti il tipo di approccio, sia in Gestalt che in ecologia, al materiale di indagine è simile. Entrambe le discipline procedono con un metodo di tipo fenomenologico senza cercare di applicare alla realtà teorie preformate.
Oikos: la casa: come teniamo la nostra casa? A giudicare dal tipo di rapporto con le forme naturali, non troppo bene! Ormai ci accontentiamo di “surrogati naturali”!
Se potessimo definire con categorie psichiatriche la relazione espressa dalla nostra”civiltà del progresso” con l’ambiente naturale, chissà quale sindrome o disturbo emergerebbe!
C’è un rimando continuo e imprescindibile tra le profonde mutazioni ambientali degli ultimi anni e gli attuali  paesaggi interni dell’Io. Le nuove patologie e malesseri psicologici così sfumati, così privi di precise definizioni sembrano accusare l’assenza di contenitori reali e immaginari provenienti dalla natura.
L’ecologia ci ricorda i nostri limiti, i nostri confini…L’identità dell’uomo occidentale non ha più bisogno di ulteriori espansioni, ma di approfondire relazioni sane e benefiche con l’ambiente circostante e con la “diversità” umane e non.
L’estetica, l’ultima delle dieci parole previste in questo elenco, è la dottrina delle sensazioni, delle conoscenze sensibili, quindi di ciò che riguarda il sentire e le funzioni di contatto, la nostra identità in movimento nello spazio e nel tempo.
Spesso le persone che vivono disagi psicologici o malattie psichiatriche perdono il “senso estetico”, inteso non solo nel suo significato “sensibile” rivolto agli aspetti esterni, ma soprattutto nel bilanciamento delle componenti interne di sé.
L’estetica è soprattutto l’approccio a ciò che è bello, ciò che dà piacere guardare, toccare, sentire…
In psicoterapia cerchiamo di orientare gli individui verso il proprio benessere, un benessere possibile, raggiungibile., basato anche sulla capacità di vedere e poi guardare cose belle e piacevoli, dare significato ad aspetti della propria esperienza dati ormai per scontati.
Spesso tentiamo di ipotecare il futuro, ma ci perdiamo nel qui ed ora la bellezza dell’essere, dello stare.
Un benessere non assoluto o “per sempre” ma costituito dal susseguirsi di “belle giornate”, e un uso in terapia dell’approccio estetico può aiutarci in ciò.
Etica, estetica ed ecologia definiscono un nuovo stato di equilibrio interiore ed intersoggettivo che posso definire “Eudemonia”: cioè “serenità dell’animo”. L’operare umano che porta ad uno stato di serenità, non più in frenetica ricerca ma in stato di quiete, un benessere raggiunto.
Le dieci E-Gestalt-Parole sono terminate…
L’aggiornamento e l’integrazione delle nostre identità di terapeuti e consulenti in Gestalt-Psicosociale e soprattutto di persone in cambiamento passa anche attraverso il confronto  e il dialogo con queste dieci parole che ci possono orientare e darci coordinate nel nostro “peregrinare” quotidiano.

Pesaro, 29 maggio 2003