Psicologo e Psicoterapeuta - Pesaro Urbino

Dacci oggi le nostre rabbie quotidiane


(Tratto dal libro R come rabbia di Andrea Bramucci, Cittadella Editrice, Assisi, 2009)

Ad ogni giorno basta il suo male, recita il Vangelo di Matteo.
Ed ogni giorno possiamo accumulare una quota di arrabbiature: banali episodi, il sugo che si brucia
o una telefonata di scocciatori, fino a situazioni ben più complesse, un incidente stradale oppure una
litigata furiosa con un caro amico.










Un primo livello di rabbie quotidiane, collegate spesso ad un giudizio impietoso verso di sé e con
sfumature di delusione, è relativo all'individuo e influisce sul nostro livello di autostima: riguarda
le aree del sentire – mi fa arrabbiare che continuo a sentirmi triste! - del pensare – che rabbia
questi pensieri che mi disturbano! – dell'agire – quanto mi farà inc...are aprire questa porta, non ci
riesco mai! o anche quando riteniamo di aver tradito o non difeso le nostre idee e i valori in cui
crediamo: perchè ho detto questa cosa?, perchè non ho fatto nulla?:
Un secondo livello riguarda quanto accennato nel precedente paragrafo, e cioè le relazioni
istantanee.
Negli incontri occasionali e sporadici può scattare la dinamica del misunderstanding,
l'incomprensione, causata da gesti più o meno intenzionali – una porta sbattuta forte, un saluto
mancato, un comportamento invadente, a cui segue la domanda non proferita : perchè mi tratta così
male? cosa gli ho fatto?
Questi episodi ci possono provocare irritazione, come punture di zanzara, e se in un arco di tempo
ristretto si ripetono, anche da persone da cui non ce lo aspettiamo, possono condizionare l'umore
della nostra giornata.
Spesso l'arrabbiatura, piccola o grande, è determinata da due aspetti che hanno poco a che fare con
l'accadimento in sé: il grado di arousal, il trasferimento dell'emozione.
L'arousal, o attivazione, è la reattività del sistema nervoso ed indica la relazione tra intensità dello
stimolo e ampiezza della risposta. Per ogni individuo e per ogni situazione diversa il soggetto può
attivarsi molto o poco a seconda di stati interni attuali e precedenti. Può succedere anche di provare
rabbia, senza conoscerne le cause. Ciò può dipendere da processi interni di attivazione, ma può
dipendere anche da un sogno che ci trasciniamo nel risveglio, o da altre dinamiche psichiche o
fisiologiche.
In termini meno scientifici e più quotidiani possiamo ritrovare il concetto di veloce attivazione
della rabbia in espressioni quali: ti accendi subito, si infiamma tutto.
Magari l'accendersi è connesso ai propri punti deboli quelli dove ci sentiamo più scoperti, più
vulnerabili, che dobbiamo difendere, da bambini si colpisce proprio lì dove fa più male! Così la
paura e la vergogna che le nostre incapacità siano scoperte e ridicolizzate si rivolge in rabbia.
L'altro aspetto che occorre sottolineare è che le emozioni si trasferiscono da una esperienza all'altra.
Dal vedo tutto rosa di colui che è felice, al ce l'ho con tutto il mondo di chi invece ha una gran
rabbia in corpo e interpreta il ruolo dell'arrabbiato.
Ciò che è successo prima, o tempo fa in quel determinato contesto o con quella persona, influenza
in modo sostanziale il sentire e l'agire del soggetto.
Le situazioni inconcluse, le famose unfinished business della Gestalt-therapy, sottolineano questo
stato di sospensione psicologica che si riattiva ogni volta che siamo esposti a quel particolare
stimolo, fino a quando non giungiamo ad una soddisfacente risoluzione di quel nucleo psichico e
relazionale.
Le emozioni hanno, inoltre, la proprietà transitiva, come opportunamente suggerisce Rosella De
Leonibus, in due sensi: verso le esperienze successive, verso le altre persone.
Se ho appena litigato col mio collega e ricevo una telefonata da parte di un amico, ho necessità di
qualche istante per riposizionarmi a livello emotivo, forse racconterò qualcosa del mio stato attuale
all'amico, anche perchè probabilmente mi domanderà: cosa è successo? tutto bene? ti sento strano.
Anche il mio amico partecipando la mia emozione si riposiziona e la telefonata spensierata e
scherzosa assumerà toni diversi, magari più seri, meno frizzanti.
Ma il luogo migliore per esprimere la propria rabbia è in assoluto, l'automobile.
Quando guidiamo possiamo tirare fuori tutti i nostri lati peggiori e sfogare in libertà, specialmente
se siamo soli, tutto il nostro repertorio di epiteti e parolacce verso gli altri che, a nostro giudizio,
hanno sempre torto.
Senza citarne alcuno, possiamo comunque far scorrere sotto i nostri occhi tante scene di film che i
maestri della commedia all'italiana ci hanno regalato, mostrando i vizi del buon italiano in
automobile!
Per qualcuno la guida dell'auto è catartica, poiché dentro quella piccola casetta di ferro può
finalmente accedere all'emozione della rabbia senza doversi giustificare con sé e senza doverla
camuffare con gli altri. L'auto diventa una specie di territorio autorizzato a dire, e purtroppo a volte
a fare, ciò che al di fuori del mezzo non ci sogneremmo mai di mettere in atto.
A seguito di alcune ricerche è stato sviluppato uno strumento di misura per rilevare i tratti
aggressivi dei conducenti, intesi nel complesso come propensione a divenire aggressivi in
condizioni di guida. Comparando i conducenti “a basso rischio” di aggressività con quelli “ad alto
rischio”, è emerso che questi ultimi tendono ad arrabbiarsi dalle 2.5 alle 3 volte in più rispetto ai
primi e che dunque esperiscono rabbia intensa più frequentemente, se provocati (F. Albanese).
Nell'auto sembrano scattare due meccanismi psicologici regressivi che autorizzano l'esplodere di
rabbie e aggressività distruttive: la lesa maestà e il nascondimento.
Prendo in prestito dalla storia romana il concetto di crimine della Lex Iulia maiestatis: sono in
automobile voglio andare come dico io, gli altri non mi devono disturbare, non si devono mettere in
mezzo, non devono mettere in dubbio la mia autorità!
La guida dell'auto facilita l'assenza di responsabilità, vedi le triste storie dei cosiddetti pirati della
strada che fuggono dopo aver procurato l'incidente; nella macchina siamo meno riconoscibili,
possiamo camuffarci, possiamo nasconderci...
Il mix tra la propensione a diventare aggressivi in stato di guida e abuso di alcol genera un
abbassamento, o addirittura la perdita, della consapevolezza e causa incidenti, anche mortali, o
altre tristi storie che ci fornisce la cronaca.
L'abuso alcolico oltre ad essere un grave comportamento a rischio, soprattutto per gli adolescenti, è
un fattore scatenante la rabbia . La ricerca psicologica ha individuato una correlazione tra abuso
alcolico, rabbia e provocazione. L'emozione della rabbia, secondo i ricercatori, funge da
catalizzatore di comportamenti di aggressione in soggetti che abusano di alcol, con delle variazioni
individuali determinate dalla personalità del soggetto.
Un altro contesto di manifestazione delle rabbie quotidiane è il luogo di lavoro.
Il lavoro ha assunto oggi una centralità nell'esperienza reale e simbolica del soggetto, sostituendo
per molti aspetti l'ambiente familiare.
Nella professione si ricercano gratificazioni, amicizie e qualche volta si intrecciano affinità
amorose, spesso con un bell'incastro di ruoli.
Il lavoro produce anche stress, tensioni, disagi, che spesso riteniamo inevitabili.
Una prima valutazione sulle dinamiche nel contesto professionale tra ciò che è normale, o per
meglio dire adeguato, e ciò che invece è patologico, o pervasivo e forma una figura fissa, riguarda
la qualità e la persistenza dei pensieri e il tipo di vissuto emotivo.
Il tema delle relazioni professionali occupa ormai molto spazio nelle sedute di psicoterapia.
Frustrazioni, incapacità di comunicare, conflitti impliciti ed espliciti che si prolungano nel tempo e
che sono percepiti come condizioni immutabili, possono innescare processi molto pericolosi, a
livello psicofisico.
E' nota la triade: dis-stress/rabbia/malattia cardiovascolare, in particolare per quanto riguarda le
aritmie cardiache; come è da tempo conosciuta la sindrome di burn-out.
La rabbia lavorativa, specialmente nei contesti dei colletti bianchi o di lavoro intellettuale, è una
rabbia ferma, che scava dentro le persone, le logora.
Il lavoro, vera divinità insieme al consumo del nostro vivere sociale, non può essere messo in
discussione.
E' difficile dire, sembra impossibile cambiare.
B. è un medico dipendente di un ospedale pubblico; lavora dalle 10 alle 14 ore al giorno (orari da
miniera!) a fronte del suo contratto che ne prevede 7,5 al giorno, in un reparto altamente
specializzato. Magari si potrebbe pensare che è un problema di iper-responsabilità di questo
medico, ma non è solo questo. Altri due suoi colleghi fanno altrettanto, le liste di prenotazione sono
gestite da personale non medico in diretto collegamento con la direzione sanitaria, la
strumentazione è obsoleta e insufficiente.
B. non sa che fare: potrebbe ribellarsi, e fare presenti le sue ragioni, e dopo? Il suo timore è come
conciliare la relazione con il primario e con gli altri colleghi.
Potrebbe diminuire le ore di lavoro, tanto gli straordinari non gli vengono neppure riconosciuti
dall'amministrazione ospedaliera, ma una volta presi in carico i pazienti occorre seguirli e
applicare con responsabilità il protocollo previsto.
Potrebbe cercare un altro lavoro, ma di questi tempi, dove?
B. accumula rabbie che, per il momento, solo nell'ora di psicoterapia può far parlare, sembra che è
di fronte ad un nodo gordiano, che come si sa non si può sciogliere, solo tagliare.
Il burn-out si presenta quasi come un doppio legame autoriferito: so che debbo fare ancora di più,
sento che non posso fare più nulla.
Quando la persona in burn-out inizia ad entrare in contatto con la propria rabbia rinchiusa e negata,
sente sé stessa e può finalmente piangere e dare sfogo al dolore che sta sotto la rabbia e che per
troppo tempo non ha voluto sentire.
Sotto la rabbia si celano sentimenti, bisogni, desideri, dolori...vissuti che vengono anche da lontano.
La rabbia o la sua assenza può, come abbiamo già visto, coprire altre emozioni: dolore,
disperazione, avvilimento, tristezza, ansia, paura, vergogna, che a loro volta possono essere il
risultato di una storia: “mi arrabbio con me stesso perchè mi vergogno delle mie continue richieste
di affetto al mio partner per compensare ciò che mi è mancato da bambino” .
Nel noi della relazione di coppia o familiare ogni componente del sistema gioca il proprio ruolo, a
volte ripercorrendo le strade già conosciute nella propria famiglia d'origine, a volte polarizzandosi
su una modalità opposta a quella conosciuta.
Nelle relazioni intime viviamo i sentimenti più forti: piacevoli, dolorosi o rabbiosi, che fanno dire al
poeta Coleridge: ...essere adirato con chi si ama,/agisce come la pazzia nel cervello!
Oltre alle rabbie sopra accennate, che scaturiscono dalla paura di essere abbandonati o che
permettono di separarsi, soprattutto nella coppia si manifestano altre forme di arrabbiatura più
legata alle aspettative reciproche.
Dopo tanti anni che stiamo insieme perchè non capisce questa cosa? Ecco una frase tipica, in cui
chi la pronuncia vorrebbe non dire, non spiegare, essere capito al volo...e il fatto che non avvenga
procura irritazione e malumore.
La ricerca all'interno della coppia di tutte le gratificazioni e soddisfazioni e interessi, cercando di
lasciare fuori tutto il resto del mondo, produce tensioni e delusioni, per la ricerca di una relazione
totalizzante, ma irrealistica.
Il rito del matrimonio negli Stati Uniti prevede che gli sposi arrivino all'altare con una candela
accesa ciascuno, giunti all'altare entrambi spengono la propria candela e ne accendono una sola
comune: un affascinante modo di negare la propria individualità, che tra qualche tempo inizierà a
scalciare e ad arrabbiarsi!
Anche nei rapporti più stretti e intimi occorre andare oltre la prima impressione che sembra così
chiara – io conosco mia moglie! - e ci permette di comprendere meglio le nostre e le altrui rabbie
quotidiane.
Se è vero che la rabbia ci spaventa e ci allontana, perchè ci fa paura, occorre entrare nella specifica
rabbia della persona: qual'è la sua origine, che cosa vuole dire, come attraversare il muro della
rabbia per andare oltre?
La dinamica figura-sfondo dell'approccio gestaltico ci permette di leggere e dare un significato a
ciò che accade nel presente.
La rabbia che esplode in questo momento che è in figura e occupa tutta la scena, è incomprensibile
se non si conosce ciò che è successo prima o di che cosa si nutre tale sentimento, se non andiamo a
collocarla sullo sfondo narrativo della persona.
Le rabbie quotidiane si manifestano non solo in ambiti individuali, come nel processo di crescita, o
strettamente legati a contesti personali comunque ristretti, come il proprio luogo di lavoro o la
coppia, ma anche in connessione con fenomeni sociali e globali che riguardano tutta la società.
In una visione psico-ecologica della relazione individuo-ambiente c'è un continuo scambio tra i
campi del sé individuali e il campo socio-relazionale, tra la dimensione micro del soggetto e la
dimensione macro della società.
Il nostro stare emotivo è strettamente connesso a processi più indiretti e complessi come le sottili
reti dei rapporti che costituiscono la comunità di riferimento, le idee e la cultura in cui siamo
immersi, la storia di cui facciamo parte, le spinte al cambiamento e al domani che ci indirizzano e ci
guidano.
Nella società globalizzata siamo continuamente attraversati da notizie, investiti da fenomeni
mondiali, sottoposti a stress emozionali per fatti magari lontani ma che comunque ci riguardano,
l'attacco alle torri gemelle o lo scioglimento dei ghiacciai ai poli, per esempio.
Di fronte a tutto ciò, proviamo tante emozioni, spesso rabbia, magari per un senso di impotenza,
come per esempio di fronte alla distruzione delle foreste tropicali, oppure per un senso di ingiustizia
di fronte agli sprechi dell'occidente.
Ma questo sentire, di rabbia, paura o sconcerto, influenza in modo più o meno implicito il nostro
vivere sociale, la nostra speranza, la nostra percezione sul mondo e ricade direttamente sul nostro
agire.
In ogni caso è molto evidente nel quotidiano il rapporto tra macro campo e micro campi del sè .
Possiamo partire dai macro fenomeni e arrivare al singolo: la situazione socio-economica influenza
direttamente il soggetto, il quale si arrabbia, magari per le peggiorate condizioni di vita o per aver
perso il lavoro, e riporta nel suo vissuto individuale e nelle sue relazioni quotidiane tale stato
d'animo.
Ma nello stesso tempo tante persone arrabbiate, deluse o semplicemente annoiate - secondo la
teoria della sensation seeking di Zuckerman, come già per Fromm, la noia è un accumulo di
tensione che può tradursi in esperienza di irritazione e scaricarsi in aggressività rivolta verso
l’esterno o l’interno – si coalizzano e mostrano tutte insieme la loro rabbia, dando voce a quella che
Freud aveva già definito frustrazione civile, originata cioè dalla privazione di un soddisfacimento
pulsionale.
D'altronde la folla si esprime in modo epidermico, immediato impulsivo. Nella folla, allo stadio o
nelle manifestazioni politiche, il sentire diventa agire, la rabbia diventa sommossa. La rabbia sociale
esplode in modo improvviso e fa paura per le sue incontrollabili conseguenze. Ma spesso è proprio
l'eccessivo controllo reciproco che fa aumentare la rabbia, che degenera in agiti violenti. Tipica è la
situazione delle manifestazioni politiche dove i due fronti, manifestanti e polizia, si scrutano in
continuazione per controllare i movimenti dell'altro ed agire di conseguenza.
Anche in contesti individuali o di piccolo gruppo, il controllo della rabbia non fornisce i risultati
sperati, la rabbia non svanisce, rimane. Magari si trasforma in un'altra emozione – tristezza, noia,
umore nero – oppure si organizza - in cinismo, in dispetti, in silenzi imbronciati – oppure invade
altri territori - il corpo, i pensieri, gli affetti.
Tra il controllare la rabbia e lo sfogarla con tutte le dannose conseguenze che ciascuno di noi
conosce bene per esperienza diretta, c'è una terza possibilità: accettarla.
Accettare che ci prende all'improvviso, accettare che non possiamo sempre evitarla, accettare che se
ci arrabbiamo non siamo sbagliati, anche se non è detto che abbiamo ragione.