Psicologo e Psicoterapeuta - Pesaro Urbino

IL “DESTINO” IN GESTALT-THERAPY: riflessioni minime

                                   
Un bel mattino presso un popolo mitissimo, un uomo e
 una donna superbi gridavano sulla pubblica piazza:
“Amici voglio che sia regina!” “Voglio essere regina”.
Ella rideva e tremava. Lui parlava agli amici di rivelazione,
 di prova terminata. Si estasiavano in un abbraccio.
Infatti, furono re per tutta una mattinata, durante la
quale gli arazzi color carminio si rialzarono sulle case,
e per tutto un pomeriggio, durante il quale essi si
spinsero dalle parti dei giardini di palme.
(Regalità, Artur Rimbaud)
Seguendo i numerosi ed oscuri segnali tracciati dal sentiero ideale e mitologico del destino, ne ripercorro alcuni passaggi.
Queste veloci riflessioni seguono un andamento rapsodico e, senza nessun intento teoretico, tentano di dare forma ad alcune “figure” che il tema del destino evoca, utilizzando l’approccio della Gestalt-psicosociale.
Il destino è sempre presente nelle nostre tematiche esistenziali e psicologiche e in quelle dei nostri pazienti: il destino ci e li sovrasta, implica, determina…
Ma che significa parlare del destino? Dove lo incontriamo? Quali consonanze, paralleli e storie si celano dietro la parola “destino”?
In queste riflessioni minime cercherò di dare qualche elemento per affrontare il tema del destino, senza venire schiacciati dalla sua “necessità” (anankè), ma con la consapevolezza del suo potere.
Destino e natura
La natura è l’orizzonte del nostro destino. Non possiamo allontanarci troppo da lei; la Natura ce lo ricorda, a suo modo, senza parole con segnali che possono a prima vista apparire indecifrabili, ma che poi svelano il loro senso improvvisamente.Noi umani attraverso la scienza e soprattutto la tecnologia vorremmo definitivamente svincolarci dalla natura, fare un salto, sciogliere i legacci che ci stringono ad un tempo, ad un luogo, ad una esistenza limitata e spesso frustrante, segnata da un più o meno benigno destino.
Ma l’uomo sta continuando a cercare i segni premonitori e interroga il Destino.
Ora non sono più le tre Moire a decidere quanto tempo ci è concesso, o quale sarà la nostra “fortuna” nella vita, la genetica con le sue stupefacenti alchimie sembra che potrà a breve “svelare” lo sguardo su qualcosa di terribile e di desiderato, per alzare definitivamente il velo sul segreto della vita e allontanare la morte, per far diventare l’uomo stesso il dispensatore del proprio destino…
Ma gia nell’antichità era nota la pericolosità dell’hybris umana…il mito, che è a contatto con i profondi significati dell’esistenza umana, intimava di non sfidare gli dei, di non sfidare la natura, ma oggi di fronte tanti fatti della realtà quotidiana sembra che l’antica saggezza sia definitivamente dimenticata!
Il destino tra futuro e passato
Il tema del destino oscilla tra futuro e passato. Si attua attraverso previsioni proiettate nel futuro: “è scritto nel destino” oppure attraverso valutazioni su fatti accaduti nel passato: “era il suo destino”.
Il futuro è il luogo di compimento del destino, nel futuro si attua il progetto, che già qualcuno o qualcosa più importante di noi ha determinato.
Il passato è il luogo dove il destino, di un individuo o di un gruppo sociale, sembra prendere forma: ciò che accadrà domani in realtà era già in “nuce” presente ieri.
Infatti siamo tutti dei “predestinati” in quanto il fato ha già, fin dalla nascita espresso su ciascuno di noi il suo giudizio, e la nostra destinazione.
Le trame del destino si rincorrono nella sensazione individuale e sociale tra passato e futuro, in un gioco di specchi in cui non si può cogliere se è il passato a influenzare il futuro, o come più spesso accade (vedi le “previsioni” pseudoastrologiche) che è in realtà il futuro a far riscrivere il passato (per esempio attraverso il meccanismo della profezia che si autoavvera).
Destino e storia personale
Ma che cos’è il destino? Dove prende forma?A quali “costellazioni” di segni ciascuno di noi da valore inseguendo o anticipando il proprio destino? A queste domande escatologiche non so rispondere, e lascio volentieri la mano a filosofi, teologi, saggi e scienziati…
Un’altra domanda può, forse, trovare una maggiore soddisfazione in questa sede: in che modo, come professionisti delle relazioni umane, ci riguarda il tema del destino?
Sicuramente oltre alla già citata base biologica, proveniamo da una storia, individuale, familiare e sociale che ci “destina verso”.
La nostra autorealizzazione, o il “percorso”, mi piace di più!, di ciascuno di noi è sicuramente derivato da una storia precedente più o meno conosciuta, e l’entrarci in contatto spesso ci porta ad una sofferenza profonda, e forse a volte è meglio continuare a “sognare” ad occhi aperti e prospettarci mondi in cui “tutto” è ancora a portata di mano!
Destino come limite e destino come legame: è questa, sembra (lascio le certezze ad altri) essere la consapevolezza che emerge dalla relazione con la storia personale: cercare il proprio limite e conoscere la personale capacità di costruire e di stare dentro i legami ci permette anche di “andare verso” agendo l’azione, verso una possibile e creativa destin/azione.
Il destino è nel presente
Il presente è, nell’ottica del destino (per come è comunemente inteso), poco importante: è solo un passaggio per giungere ad un futuro radioso o funesto, o per rimanere agganciati ad un passato dorato o invischiante.
Nella relazione con il tema del destino si è stretti da lato, da un senso di ineluttabilità: “non si può sfuggire al proprio destino”: ciò in termini psicologici si traduce nell’atteggiamento di chi ritiene (a livello più o meno consapevole) che nulla può cambiare, invaso da un sentimento di annichilimento o in forme più attenuate di impotenza ed apatia.
Dall’altro si manifesta nell’uomo moderno una ricerca sfrenata che lo porta a sfidare l’esistente e a non accettare il proprio destino “non mi merito questo destino”, sfuggire a ciò che vive nel presente, a vivere sogni grandiosi ed effimeri: a livello psicologico ci troviamo di fronte a persone che inseguono aspetti ideali, di sé o nelle relazioni, molto distanti dalla propria realtà interna e/o esterna.
…ma il destino è nel presente, si attua con noi, e ciascuno di noi ne assai più artefice di quanto possa, ad una prima constatazione, pensare; come ci ricorda Jaspers “nella misura in cui il destino dipende in gran parte dalle circostanze, spesso particolari e minime determinate da sé stessi, esso è, più di quanto non si sia propensi a credere, caratteristico della natura dell’uomo. Anche i grandi colpi di fortuna si comprendono talvolta dall’impostazione dell’individuo che in una particolare circostanza sperimenta improvvisamente un cambiamento del proprio destino, là dove tutti gli altri sarebbero passati senza accorgersi di nulla. In questo senso cerchiamo anche di comprendere il destino di un individuo in parte da lui stesso”. (K. Jaspers, Psicopatologia generale)
Destino, carattere e psicopatologia
Eccoci al confine di contatto tra l’individuo, con le sue specifiche caratteristiche (carattere o con un altro linguaggio: personalità) e il mondo-ambiente con i suoi accadimenti più o meno casuali.
Da un punto di vista psicologico è spesso attraverso il carattere/personalità di un individuo, e la eventuale presenza di una rinvenibile psicopatologia (secondo gli schemi diagnostici dell’epoca), che si può (in parte) definire il comportamento e il destino dello stesso.
“Se da un lato il carattere di un uomo, e cioè anche il suo modo specifico di reagire, fosse noto in tutti i particolari, e se dall’altro l’accadere cosmico fosse noto in tutti i campi in cui entra a contatto con quel carattere, si potrebbe dire con esattezza sia ciò che capiterebbe a quel carattere che ciò che sarebbe da esso compiuto”. W. Benjamin, Destino e carattere.
Nella “fisiognomica” cioè nella “teoria dei temperamenti”, si trova, secondo Benjamin, il luogo di sintesi tra destino e carattere. Il carattere, cioè, manifesta i segni divinatori del destino in quella particolare persona.
Nel “non poter essere altro” in cui “si sente” incastrato il paziente, (e spesso il suo terapeuta) aspetto che lo porta a “ripetere” in modo coattivo azioni, comportamenti, pensieri e stati emotivi, sembra attuarsi il suo destino (e il destino del terapeuta!).
Poter passare dalla percezione del proprio destino come “sciagura”, a quella di sentirlo come possibile “alleato” (perlomeno nel presente) senza ingaggiare con il destino un continuo e sterile conflitto – che nelle polarità sopra individuate si presenta attraverso autocolpevolizzazioni oppure all’opposto continue “fughe” in avanti - permette alla persona di utilizzare a pieno la propria energia, di “cavalcare la tigre” del destino scoprendo senso e significato al suo agire quotidiano.
Destino tra individuo e ambiente
C’è una famosa fiaba di Esopo che ci introduce nel rapporto tra il destino, l’individuo e l’ambiente.
“Due asini, accompagnati dal loro padrone, devono trasportare dal villaggio in riva al mare al paese nell’entroterra due carichi: uno di sale e uno di spugne.
L’asino che porta sul groppone due grossi sacchi di sale dopo qualche chilometro in salita sbuffa, suda e impreca contro il suo compagno per sfogare la sua rabbia e la sua invidia.
È proprio vero che a questo mondo non c’è giustizia – gli dice con il poco fiato che ha a disposizione – Guarda un po’ che peso devo portare io! Tu invece te ne vai quasi a passo di danza, leggero come una piuma.
Finalmente, superata la cima del colle, ecco un po’ di discesa e giù nella valle il fiume. Al di là si scorgono i tetti rossi del paese.
Ora, però, si tratta di attraversare a guado queste acque un po’…vivaci, perché purtroppo nelle vicinanze non c’è nessun ponte. Così il padrone si vede costretto a spingere avanti l’asino con il carico di sale e di conseguenza si mette in groppa a quello con le spugne.
Il primo, ahimè!, volendo fare di testa propria (si vede che aveva sale sul groppone ma non in zucca) si allontana dalla via giusta e senza saperlo si trova nel bel mezzo di un gorgo, tanto vorticoso da temere di rimetterci la pelle.
Preso dal panico incomincia a sgambettare ed agitarsi; poi, a poco a poco riesce a rimettersi in piedi sentendosi finalmente alleggerito (sfido! Il sale si è tutto sciolto nell’acqua) e può così raggiungere l’altra sponda.
L’altro asino, che segue ciecamente il suo compagno, cade anche lui nel gorgo, con il suo carico e il padrone, ma più si dibatte e più si sente appesantito perchè le spugne imbevendosi di acqua ora pesano cento volte di più e sono di ostacolo ai suoi movimenti…”
La fiaba, come sempre, finisce bene: l’asino e il suo padrone si salvano…ma da questo racconto antico e semplice emergono tanti elementi: il “destino” può riservarci un carico di sale o di spugne, e non è detto che il secondo sia più facile da portare, in quanto occorre vedere se incontriamo un ambiente di aria o di acqua, se le nostre caratteristiche “funzionano” o si compensano meglio in un ambiente o in un altro.
Questo racconto sottolinea anche il tema della diversità e unicità del proprio “destino” al di là delle sempre più, oggi, ricercate e forzate similitudini, che in realtà negano un autentico contatto e relazione con l’Altro.
Nella prospettiva del cambiamento “possibile” (possibile e non magico!) della propria relazione con sé stesso e con gli altri, ciascuno di noi può attuare percorsi significativi attraverso altri passaggi che implicano sia la “rivisitazione” del proprio destino, sia la costruzione di un destino comune insieme agli altri.
La relazione come costruzione del co-destino
Il contatto con l’Altro ci permette di “rivisitare” e in parte modificare i significati del nostro destino: la realtà è proprio come io la percepisco? La frase che dal mio passato mi insegue – “voglio essere riconosciuto e amato”, oppure “sono forte e posso farcela da solo” – può essere modificata e/o aggiornata? Che cosa l’Altro può vedere che a me sfugge?
I “compagni” del nostro viaggio possono indicarci una diversa via per raggiungere la destinazione prescelta, o anche e soprattutto perché il “viaggio” sia meno pesante e connotato dalle “strette” imposte dal Destino.
Nel tempo attuale occorre ri-scoprire la possibilità della relazione con l’Altro uscendo dal mero rapporto utilitaristico oggi così tanto in voga – tu mi servi per questa cosa , io ti servo per quest’altra cosa, quindi c’è una relazione: ma siamo sicuri che è proprio così? O forse ognuno, continua a seguire automaticamente e autisticamente il proprio destino individuale?
La relazione è altrove. È nella possibilità al confine di contatto di “toccare” l’altro - con i sentimenti, le parole e l’immaginazione – o di “sentire” l’altro – attraverso lo sguardo, le domande, il condividere una parte del “viaggio”…
Nella relazione con l’Altro si passa da una percezione solitaria e individualista del destino alla costruzione di un co-destino, forse per un tempo breve, forse per soli alcuni fondamentali istanti!
Il co-destino si può attuare attraverso due diverse modalità: 1)quando l’Altro ci indica una “via di uscita” che per motivi vari, troppa vicinanza al problema da risolvere oppure autosvalutazioni implicite, non riusciamo a cogliere; 2)quando insieme all’Altro, nei rapporti intimi e familiari e nei gruppi, costruiamo un destino comune per un tempo determinato.
In sintesi nella relazione l’Altro ci contiene e ci sostiene.
La relazione come possibilità di reciproca cura.
Il clam-destino
Siamo un po’ tutti clandestini! Ciascuno nei confronti di sé stesso!
Pur nelle rassicuranti e faticose consapevolezze che emergono via via nella nostra esistenza e che ci fanno appropriare di tante identità e tante appartenenze che ci riconosciamo e che ci riconoscono gli altri – e che a volte ci stupiscono: Come? Proprio io? - rimane una parte del nostro “essere così come siamo” che non è riducibile e declinabile nella razionalità e logicità delle attuali categorie.
Alcune forme di arte e di espressione creativa o altro, ci permettono– anche solo per un istante – di accedere al suo “mistero”.
Talvolta seguiamo e ci facciamo indirizzare da un motivo musicale, un odore, una frase spesso priva di senso compiuto, un qualcosa di impalpabile…ma per noi così vivida…illuminante…
Talvolta guardando dopo anni una fotografia scorgiamo particolari, indizi, segni che velocemente, senza pensare, ci “spiegano”, senza necessariamente capire, ciò che da tempo stavamo inseguendo o evitando…
Il clam-destino, è una parte di qualcosa che non dipende da noi: come non è scaturita da noi stessi il volere o meno fare “presenza” su questo mondo.
Qualcosa ci sfugge e ci porta ad un sentimento della perdita…

Visto abbastanza. La visione incontrata in ogni aria.
Avuto abbastanza. Frastuoni delle città, la sera, e al
sole e sempre.
Conosciuto abbastanza. Le decisioni della vita. – O
Frastuoni e Visioni!
Partenza nell’affetto e nel rumore nuovi!
(Partenza, Artur Rimbaud)